Ambiente e Territorio

Guide alpine: ”Poca neve e manto nevoso fragile: il rischio invisibile da imparare a conoscere”

today25 Febbraio 2026

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L’inverno in corso propone un quadro insolito e particolarmente insidioso per chi esce sulla neve: precipitazioni limitate per lunghi periodi, fasi di freddo marcato e nevicate recenti che si sono depositate su una base strutturalmente fragile, su gran parte delle Alpi.

Sono condizioni che favoriscono la formazione della brina di fondo e rendono il manto nevoso instabile e difficile da interpretare per tutti, anche su pendii apparentemente ordinari.

Davide Spini, Guida Alpina Istruttore, ci aiuta a fare il punto sulle dinamiche in atto, sui segnali che il terreno restituisce e sugli accorgimenti utili per muoversi con consapevolezza in questa fase della stagione. Davide, come definiresti l’inverno 2026 e le sue condizioni a fine febbraio?

Pur con i necessari distinguo, possiamo definire questa prima parte d’inverno arida e fredda, anche in aree che solitamente presentano un clima più mite di tipo prealpino.

Su gran parte della catena alpina, l’inverno 2026 è stato infatti caratterizzato inizialmente da precipitazioni scarse e da alcuni episodi di freddo intenso, condizioni che negli ultimi anni si erano fatte meno frequenti.

Dopo questo lungo periodo stabile sono arrivate nevicate, localmente anche abbondanti, che si sono depositate su un manto nevoso strutturalmente debole.

Le condizioni osservate a fine febbraio riflettono questo andamento stagionale, al quale si sono recentemente aggiunti i primi problemi legati alla neve bagnata, in seguito a un brusco aumento delle temperature — un segnale che, purtroppo, non può più essere considerato del tutto anomalo.

E’ difficile per tutti, in queste condizioni, valutare la stabilità del manto.

Cos’è la brina di fondo e perché rappresenta un problema così insidioso per la stabilità del manto nevoso?

La brina di fondo o di profondità, è costituita da cristalli molto grandi, dalla forma tipica di piramide cava, o “a calice”: per questa forma, ci sono pochi punti di contatto con tra i grani stessi.

La brina di profondità rappresenta un grosso problema di stabilità del manto nevoso perché si trova negli strati più profondi, è poco resistente e la sua “debolezza strutturale” rimane tale per molto tempo, tipicamente settimane o mesi, in alcuni casi fino al fine della stagione.

Insieme ai cristalli sfaccettati e alla brina di superficie costituisce la categoria degli strati deboli persistenti, proprio per il “persistere” della loro debole struttura.

Quali sono le condizioni meteorologiche tipiche che favoriscono la sua formazione?

Si forma tipicamente nella prima parte dell’inverno, quando abbiamo un manto nevoso poco spesso e lunghi periodi di bel tempo; se oltre a questo aggiungiamo delle temperature un po’ più fredde della media, il processo di formazione è ancor più favorito, anche in zone in cui questo fenomeno è meno tipico.

Come riconoscere sul terreno la presenza di strati deboli?

A differenza di altri problemi tipici, come neve fresca, lastroni da vento o neve bagnata, per riconoscere gli strati deboli persistenti non è sufficiente osservare o toccare la superficie del manto nevoso: è necessario valutarne la struttura interna.

Se lo strato debole ha uno spessore sufficiente, anche il semplice test del bastoncino può fornire indicazioni preliminari.

Per un’analisi più accurata occorre scavare un profilo e osservare i diversi strati che compongono il manto, cercando strutture che ricordano il sale grosso o lo zucchero, tipiche di cristalli sfaccettati o brina di profondità.

La comparsa di crepe che si propagano e i caratteristici rumori di assestamento (“whumpf”) rappresentano segnali di instabilità evidenti e direttamente collegati a questa problematica.

Pur con i limiti legati alla scala regionale, il bollettino valanghe segnala generalmente la presenza di strati deboli persistenti e rimane uno strumento fondamentale per individuare questo tipo di criticità.

Come comportarsi in presenza di neve vecchia e struttura fragile del manto nevoso?

Le indicazioni più comuni vanno dall’evitare pendii ripidi (oltre i 30°) e ampi che possano portare a gravi conseguenze nel caso di un eventuale travolgimento.

Anche il transito vicino ad essi comporta possibili inneschi a distanza in caso di marcata instabilità.

Quali errori si commettono più spesso in queste condizioni?

Sebbene alcuni dei recenti incidenti avvenuti dopo abbondanti nevicate indicano comportamenti imprudenti, parlare di errori nello specifico caso degli strati deboli persistenti, a volte è ingiusto e fin troppo facile con il senno del poi.

Spesso infatti, quando questo problema è meno reattivo, i feedback relativi alla stabilità sono infrequenti e spesso contrastanti.

Può accadere che un pendio già attraversato da dieci persone ceda al passaggio dell’undicesima, oppure che un rumore di assestamento (whumpf) percepito in piano provochi un distacco a centinaia di metri di distanza.

In altri casi basta una minima variazione meteorologica per determinare un cambiamento sostanziale della stabilità del manto nevoso.

Si tratta di dinamiche con segnali contrastanti e difficili da immaginare per un’utenza sportiva e, talvolta, complesse da interpretare anche per un professionista.

In stagioni con scarse nevicate, come progettare un’uscita in modo consapevole?

In generale, una sana diffidenza verso un’apparente stabilità può essere una buona strategia.

Oltre a questo, suggerirei una cautela extra nell’approcciare itinerari mai tracciati o poco percorsi durante la stagione, e anche in zone o periodi molto frequentati.

Affidarsi troppo all’esperienza e alla familiarità, in una stagione così particolare, può essere rischioso, soprattutto in aree in cui la brina di profondità di solito non rappresenta un problema e dove quindi non si è abituati a gestirla.

Febbraio ha portato abbondanti nevicate che si depositano sugli strati esistenti, come comportarsi da qui in avanti?

Personalmente, il mio mindset sarà di allerta elevata fino al termine della stagione: cercherò di essere scettico verso ogni segnale che suggerisca stabilità, manterrò un atteggiamento difensivo e proverò a prestare attenzione anche a variazioni meteorologiche apparentemente poco significative, come piccoli sovraccarichi (da neve o vento) o lievi aumenti della temperatura del manto nevoso.

L’obiettivo è restare vigile e disciplinato fino al passaggio alla stagione dell’arrampicata su roccia, perchè fare qualsiasi previsione diventa un problema in questi inverni così difficili, in particolare nelle zone dove ha nevicato poco.

Concluderei dicendo che in molte zone delle Alpi, al momento, non sembra la stagione adatta per progetti in cui lasciarsi trascinare dalla smania della prima traccia su pendii molto ampi e ripidi.

Potrebbe invece essere un buon periodo per uscire con una Guida Alpina, osservare direttamente il problema e apprendere strategie concrete per ridurre il rischio in un inverno così atipico.







Scritto da: Paolo Croce

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