La ricerca CISL-OCST su 1.542 lavoratori tra Italia e Svizzera evidenzia le nuove esigenze dei frontalieri: il 48,4% segnala una perdita di potere d’acquisto, il 44,2% è insoddisfatto dell’equilibrio tra vita e lavoro e il 58,9% del welfare aziendale. I risultati saranno presentati il 24 ottobre a Varese nel volume “Lavorare oltre confine”.
Un buon salario non basta più. Per i lavoratori frontalieri che vivono in Italia e lavorano in Svizzera, il benessere dipende anche dal tempo a disposizione, dai costi degli spostamenti, dalle tutele contrattuali e dalla possibilità di conciliare lavoro e vita privata. È quanto emerge dalla ricerca promossa da OCST, CISL dei Laghi, CISL Sondrio e CISL Piemonte Orientale, con il contributo scientifico di BiblioLavoro, centro studi della CISL Lombardia.
L’indagine, realizzata attraverso 1.542 questionari completi raccolti nel maggio 2026, restituisce una fotografia delle condizioni di lavoro e dei bisogni di chi ogni giorno attraversa il confine. I risultati saranno presentati sabato 24 ottobre 2026 al Centro Congressi Ville Ponti di Varese e raccolti nel volume “Lavorare oltre confine. Condizioni, bisogni e prospettive dei lavoratori frontalieri”, che affianca all’analisi dei dati una sezione dedicata alle proposte sindacali.
Alla tavola rotonda sul rapporto tra istituzioni e lavoro transfrontaliero interverranno, tra gli altri, l’assessore regionale Massimo Sertori e il sindaco di Chiavenna Luca Della Bitta.
Stipendi dei frontalieri: il 48,4% segnala una perdita di potere d’acquisto
Il salario rimane uno dei principali punti di forza del lavoro oltre confine: il 73% degli intervistati si dichiara abbastanza o molto soddisfatto della propria retribuzione. Tuttavia, il 48,4% afferma che il proprio potere d’acquisto è diminuito, nonostante il 44,7% abbia registrato una crescita dello stipendio negli ultimi anni.
La ricerca evidenzia anche significative differenze retributive di genere. Tra le lavoratrici, il 25,4% dichiara uno stipendio inferiore a 3.000 franchi lordi mensili, contro l’8,2% degli uomini. Nelle fasce più alte, almeno 5.000 franchi al mese, si colloca invece il 41,1% degli uomini e il 22,2% delle donne.
Un quadro che va letto anche alla luce della diversa diffusione del lavoro a tempo pieno: riguarda l’85,3% degli uomini e il 51,1% delle donne coinvolte nell’indagine.
Discriminazioni salariali e contratti: le criticità segnalate dai frontalieri
Oltre la metà dei partecipanti, il 55,6%, ritiene di percepire uno stipendio inferiore rispetto a quello di un lavoratore residente in Svizzera impiegato in mansioni analoghe. La percentuale sale al 63,4% tra chi dichiara di non essere coperto da un Contratto collettivo di lavoro.
Il 42,7% segnala inoltre altre forme di discriminazione legate alla propria condizione di frontaliere.
Si tratta di percezioni ed esperienze dichiarate dagli intervistati, che mettono in evidenza una domanda di maggiore equità retributiva, tutela e riconoscimento professionale.
Welfare aziendale: quasi sei lavoratori su dieci sono insoddisfatti
Tra i principali punti critici emerge il welfare aziendale. Il 58,9% dei frontalieri si dichiara poco o per niente soddisfatto dei servizi e dei benefici offerti dalle aziende.
I dati mostrano soprattutto una scarsa disponibilità di strumenti di sostegno alle spese quotidiane. L’89,1% segnala l’assenza di buoni spesa o acquisto, il 79,8% quella di benefit assicurativi, il 71,8% quella di premi di produzione, il 66,3% quella di contributi per il trasporto e il 64,1% quella di mensa o buoni pasto.
La disponibilità di queste misure rappresenta un tema rilevante anche in relazione ai costi che i lavoratori devono sostenere per raggiungere quotidianamente il posto di lavoro.
Pendolarismo tra Italia e Svizzera: tempo e costi pesano sulle famiglie
Gli spostamenti costituiscono una componente importante della vita dei frontalieri. Il 31,7% impiega oltre 90 minuti al giorno per il viaggio di andata e ritorno tra casa e lavoro. L’auto privata è il mezzo più utilizzato, indicato dal 73,2% degli intervistati.
Anche l’incidenza economica è significativa: il 47,7% destina agli spostamenti una quota compresa tra il 5 e il 10% del salario mensile, mentre per il 21,6% la percentuale sale tra il 10 e il 20%.
Il pendolarismo riduce quindi non soltanto il reddito disponibile, ma anche il tempo da dedicare alla famiglia e alla vita personale.
Telelavoro per i frontalieri: il 95,2% degli utilizzatori ne valuta positivamente l’impatto
Il lavoro da remoto è considerato uno strumento utile per migliorare la qualità della vita, ma rimane ancora poco accessibile. Soltanto il 37,4% dichiara che la propria azienda consente il telelavoro ai frontalieri. Dove è previsto, nel 92,5% dei casi la quota autorizzata varia tra il 10 e il 25% dell’attività lavorativa.
Il giudizio di chi utilizza questa modalità è decisamente positivo: il 62,7% ne valuta l’impatto molto favorevolmente e il 32,5% positivamente, per un totale del 95,2%. Inoltre, il 94,3% vorrebbe lavorare da casa più frequentemente, soprattutto per conciliare meglio vita e lavoro e ridurre tempi e costi degli spostamenti.
Il tema si riflette anche nella soddisfazione personale: il 44,2% degli intervistati è insoddisfatto del proprio equilibrio tra lavoro e vita privata. La quota raggiunge il 48,2% tra chi non utilizza il telelavoro, mentre scende al 30,5% tra chi lo sperimenta.
Previdenza e sanità: poca conoscenza della cassa pensione e critiche alla tassa sulla salute
Un altro elemento evidenziato dalla ricerca riguarda la previdenza. Il 69,1% degli intervistati dichiara di conoscere poco o per niente il funzionamento della propria cassa pensione, uno strumento importante per la sicurezza economica futura.
Per rispondere a questa esigenza di informazione e tutela, dal 1° ottobre CISL Sondrio ha avviato, in collaborazione con il Patronato INAS Svizzera, uno sportello dedicato ai lavoratori frontalieri. Il servizio offre consulenza personalizzata nelle sedi di Chiavenna, Tirano e Vicosoprano.
Critico anche il giudizio sulla cosiddetta tassa sulla salute: tra gli intervistati che ritengono di avere elementi sufficienti per esprimersi, il 94,4% la considera abbastanza o molto penalizzante.
Formazione professionale: oltre la metà non ha partecipato a corsi negli ultimi due anni
L’aggiornamento professionale rappresenta un’altra area di attenzione. Più di un lavoratore su due dichiara di non aver partecipato ad attività formative negli ultimi due anni. Tra i non laureati, la mancata partecipazione arriva a circa il 60%.
Il 38,4% giudica insufficienti le opportunità di formazione e aggiornamento, mentre tra coloro che hanno ricevuto formazione aziendale il 26% ritiene che le attività svolte siano poco o per niente utili e coerenti con i propri bisogni.
I dati segnalano quindi la necessità di rendere la formazione più accessibile e maggiormente rispondente alle esigenze professionali dei lavoratori.
Trasferirsi in Svizzera? Il 76,9% non è disponibile
Nonostante il lavoro oltre confine, la maggior parte degli intervistati non considera il trasferimento in Svizzera una prospettiva desiderabile. Il 76,9% si dichiara poco o per niente disponibile a trasferirsi.
Tra gli ostacoli principali vengono indicati il costo della vita, segnalato dal 71,3%, e quello della cassa malati, indicato dal 54%. Seguono la lontananza dalla famiglia e dagli affetti e il timore di perdere potere d’acquisto.
La scelta di continuare a vivere in Italia e lavorare in Svizzera si accompagna quindi a esigenze che vanno oltre il livello della retribuzione e riguardano l’organizzazione quotidiana, le relazioni familiari e la sicurezza economica.
CISL Sondrio: «I frontalieri chiedono tempo, tutele e riconoscimento»
Secondo l’approfondimento statistico contenuto nella ricerca, la soddisfazione lavorativa non dipende esclusivamente dal salario. Pesano anche le opportunità di formazione, il welfare aziendale e il riconoscimento professionale, mentre spostamenti più lunghi e assenza di copertura contrattuale si accompagnano a una minore soddisfazione.
Da questa lettura prendono forma le proposte sindacali raccolte nel volume: rafforzare la contrattazione, contrastare le disparità, ampliare il welfare, migliorare la mobilità e la conciliazione tra lavoro e vita privata, rendendo più accessibili formazione e tutele. Un percorso che punta anche sulla collaborazione con i sindacati svizzeri, per rappresentare i lavoratori su entrambi i versanti del confine.
«Questi numeri confermano ciò che ascoltiamo ogni giorno dai frontalieri della nostra provincia – dichiara Davide Fumagalli, segretario generale della CISL Sondrio –. Chi lavora oltre confine non chiede soltanto un buon salario, ma tempo, tutele e riconoscimento professionale. In Valtellina e in Valchiavenna, dove il lavoro frontaliero è una componente strutturale dell’economia e della vita di tante famiglie, mobilità e conciliazione pesano ancora di più».
Fumagalli sottolinea inoltre l’importanza di trasformare i risultati dell’indagine in strumenti concreti per il territorio. «Una ricerca come questa può diventare anche una base di conoscenza condivisa per il nostro territorio. In questa prospettiva guardiamo con fiducia alla collaborazione con la Provincia: l’istituzione di un Osservatorio provinciale sui frontalieri potrebbe offrire un luogo stabile di confronto tra istituzioni, parti sociali e mondo economico, capace di trasformare dati come questi in scelte concrete per chi vive in provincia di Sondrio e lavora in Svizzera».
La presentazione del volume a Varese sarà dunque l’occasione per portare al centro del confronto pubblico le condizioni di chi lavora oltre confine e discutere le priorità per migliorare qualità del lavoro, tutele e benessere dei frontalieri.
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