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Frontalieri, non basta più lo stipendio: pesano il costo della vita, il pendolarismo e il benessere

today20 Ottobre 2026

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La ricerca CISL-OCST su 1.542 lavoratori frontalieri evidenzia nuove criticità: il 48,4% denuncia una perdita di potere d’acquisto, mentre oltre quattro su dieci faticano a conciliare lavoro e vita privata. Il 24 ottobre la presentazione dello studio a Varese.

Lavorare in Svizzera continua a rappresentare un’opportunità economica importante per migliaia di lavoratori frontalieri, ma uno stipendio più elevato non garantisce necessariamente una migliore qualità della vita. A incidere sul benessere dei lavoratori sono il crescente costo della vita, le spese per il pendolarismo, le disparità retributive e le difficoltà nel conciliare gli impegni professionali con quelli familiari.

È quanto emerge dalla ricerca promossa da OCST, CISL dei Laghi, CISL Sondrio e CISL Piemonte Orientale, con il contributo scientifico di BiblioLavoro, centro studi della CISL Lombardia, attraverso 1.542 questionari completi raccolti nel maggio 2026.

Il quadro restituito dall’indagine presenta una contraddizione significativa: se il 73% dei frontalieri si dichiara soddisfatto del proprio salario, il 48,4% segnala una diminuzione del potere d’acquisto. Oltre la metà ritiene inoltre di percepire una retribuzione inferiore rispetto ai colleghi residenti in Svizzera.

I risultati saranno presentati il 24 ottobre 2026 al Centro Congressi Ville Ponti di Varese, durante un incontro dedicato al volume Lavorare oltre confine. Condizioni, bisogni e prospettive dei lavoratori frontalieri.

Alla tavola rotonda sul rapporto tra istituzioni e lavoro transfrontaliero parteciperanno, tra gli altri, l’assessore regionale agli Enti locali, Montagna e Risorse energetiche Massimo Sertori e il sindaco di Chiavenna Luca Della Bitta.

Stipendi dei frontalieri in Svizzera: il potere d’acquisto diminuisce

La retribuzione resta uno dei principali vantaggi del lavoro oltreconfine, ma i dati evidenziano differenze importanti, soprattutto tra uomini e donne.

Il 25,4% delle lavoratrici frontaliere percepisce meno di 3.000 franchi lordi mensili, contro l’8,2% degli uomini. Nelle fasce più elevate la situazione si ribalta: il 41,1% degli uomini guadagna almeno 5.000 franchi, rispetto al 22,2% delle donne.

Un divario influenzato anche dalla diversa diffusione del lavoro a tempo pieno, che riguarda l’85,3% degli uomini e soltanto il 51,1% delle donne.

Nonostante il 44,7% degli intervistati segnali un aumento dello stipendio negli ultimi anni, quasi uno su due dichiara di aver perso potere d’acquisto, a conferma di come la crescita delle retribuzioni non riesca sempre a compensare l’aumento delle spese familiari.

Discriminazioni salariali e condizioni di lavoro

Un altro elemento significativo riguarda la percezione delle disparità tra frontalieri e lavoratori residenti in territorio elvetico.

Il 55,6% degli intervistati ritiene di ricevere uno stipendio inferiore rispetto a un residente in Svizzera impiegato in mansioni analoghe. La percentuale raggiunge il 63,4% tra i lavoratori non coperti da un Contratto collettivo di lavoro.

Il 42,7% dichiara inoltre di aver riscontrato altre forme di discriminazione legate alla propria condizione di frontaliere.

Si tratta di percezioni ed esperienze riportate dai partecipanti, che evidenziano un’esigenza di maggiore equità, tutela contrattuale e riconoscimento professionale.

Welfare aziendale insufficiente per sei frontalieri su dieci

Le criticità non riguardano soltanto gli stipendi. Il 58,9% dei lavoratori frontalieri è poco o per niente soddisfatto del welfare aziendale.

La ricerca evidenzia una diffusione limitata di strumenti di sostegno economico e servizi destinati ai dipendenti.

L’89,1% dichiara di non disporre di buoni spesa o acquisto, il 79,8% di benefit assicurativi e il 71,8% di premi di produzione. Mancano inoltre contributi per il trasporto nel 66,3% dei casi e mense o buoni pasto nel 64,1%.

Agevolazioni che potrebbero contribuire concretamente a ridurre i costi quotidiani sostenuti da chi attraversa il confine per lavorare.

Pendolarismo frontalieri: tempo e costi incidono sullo stipendio

Il pendolarismo rappresenta uno degli aspetti più gravosi del lavoro transfrontaliero, soprattutto per chi risiede in Valtellina, Valchiavenna e nelle province di confine con la Svizzera.

Secondo l’indagine, il 31,7% dei frontalieri trascorre oltre 90 minuti al giorno negli spostamenti tra casa e lavoro. L’automobile privata resta il mezzo di trasporto prevalente, utilizzato dal 73,2% degli intervistati.

Anche il peso economico è significativo: il 47,7% destina agli spostamenti una quota compresa tra il 5 e il 10% dello stipendio mensile, mentre per il 21,6% l’incidenza sale al 10-20%.

Il viaggio quotidiano rappresenta dunque un costo doppio, in termini di reddito disponibile e di tempo sottratto alla vita personale e familiare.

Telelavoro in Svizzera: il 94,3% vorrebbe lavorare più spesso da casa

La possibilità di lavorare da remoto emerge come uno degli strumenti maggiormente apprezzati dai frontalieri.

Soltanto il 37,4% degli intervistati dichiara che la propria azienda consente il telelavoro. Nei casi in cui è autorizzato, nel 92,5% delle situazioni la quota concessa si colloca tra il 10 e il 25% dell’attività lavorativa.

Tra chi utilizza questa modalità, il 95,2% esprime una valutazione positiva o molto positiva, mentre il 94,3% vorrebbe poter lavorare da casa con maggiore frequenza.

Le ragioni riguardano soprattutto la riduzione dei tempi e dei costi degli spostamenti e la possibilità di migliorare l’equilibrio tra vita privata e professionale.

Il 44,2% degli intervistati si dichiara insoddisfatto della conciliazione tra lavoro e famiglia. La percentuale sale al 48,2% tra chi non utilizza il telelavoro, mentre scende al 30,5% tra chi ne beneficia.

Pensioni e tassa sulla salute: le preoccupazioni dei frontalieri

Tra le questioni più sentite emergono anche la previdenza e la sanità.

Il 69,1% dei lavoratori dichiara di conoscere poco o per niente il funzionamento della propria cassa pensione svizzera, evidenziando una carenza informativa su un aspetto fondamentale per la sicurezza economica futura.

Per rispondere a queste esigenze, dal 1° ottobre 2026 CISL Sondrio ha attivato, in collaborazione con il Patronato INAS Svizzera, uno sportello dedicato ai frontalieri, con consulenze personalizzate presso le sedi di Chiavenna, Tirano e Vicosoprano.

Particolarmente critica anche la valutazione della cosiddetta tassa sulla salute dei frontalieri: tra coloro che ritengono di avere informazioni sufficienti per esprimere un giudizio, il 94,4% la considera abbastanza o molto penalizzante.

Formazione professionale: oltre metà dei lavoratori non partecipa

La ricerca evidenzia inoltre difficoltà nell’accesso alla formazione continua.

Oltre la metà dei frontalieri non ha partecipato ad attività formative negli ultimi due anni. Tra i lavoratori senza laurea la quota raggiunge circa il 60%.

Il 38,4% ritiene insufficienti le opportunità di formazione e aggiornamento professionale, mentre il 26% di chi ha ricevuto formazione aziendale giudica le attività poco o per niente utili rispetto alle proprie necessità.

Il rischio è quello di ampliare ulteriormente le disuguaglianze professionali, penalizzando soprattutto i lavoratori con qualifiche più basse.

Trasferirsi in Svizzera? Tre frontalieri su quattro dicono no

Nonostante le difficoltà legate al lavoro transfrontaliero, la maggioranza degli intervistati non considera il trasferimento definitivo in Svizzera una soluzione.

Il 76,9% si dichiara poco o per niente disponibile a cambiare Paese di residenza.

Tra i principali ostacoli figurano l’elevato costo della vita, indicato dal 71,3% dei partecipanti, e quello della cassa malati, segnalato dal 54%.

Incidono inoltre la lontananza dalla famiglia e dagli affetti e il timore di perdere parte del potere d’acquisto.

CISL Sondrio: «I frontalieri chiedono tempo, tutele e riconoscimento»

I risultati dello studio costituiscono la base per una serie di proposte sindacali orientate al rafforzamento della contrattazione collettiva, al contrasto delle disparità, all’ampliamento del welfare e al miglioramento della mobilità e delle opportunità formative.

Particolare attenzione viene dedicata alla collaborazione tra le organizzazioni sindacali italiane e svizzere, con l’obiettivo di garantire una rappresentanza più efficace dei lavoratori su entrambi i versanti del confine.

«Questi numeri confermano ciò che ascoltiamo ogni giorno dai frontalieri della nostra provincia – dichiara Davide Fumagalli, segretario generale della CISL Sondrio –. Chi lavora oltre confine non chiede soltanto un buon salario, ma tempo, tutele e riconoscimento professionale. In Valtellina e in Valchiavenna, dove il lavoro frontaliero è una componente strutturale dell’economia e della vita di tante famiglie, mobilità e conciliazione pesano ancora di più.»

Fumagalli sottolinea inoltre l’importanza di trasformare i risultati della ricerca in strumenti concreti per il territorio.

«Una ricerca come questa può diventare anche una base di conoscenza condivisa per il nostro territorio. In questa prospettiva guardiamo con fiducia alla collaborazione con la Provincia: l’istituzione di un Osservatorio provinciale sui frontalieri potrebbe offrire un luogo stabile di confronto tra istituzioni, parti sociali e mondo economico, capace di trasformare dati come questi in scelte concrete per chi vive in provincia di Sondrio e lavora in Svizzera.»

L’indagine restituisce dunque un cambiamento nelle priorità dei lavoratori frontalieri: lo stipendio rimane importante, ma non rappresenta più l’unico parametro attraverso cui valutare la qualità dell’occupazione. Tempo libero, benessere, sicurezza previdenziale, formazione e riconoscimento professionale diventano elementi sempre più centrali per chi ogni giorno attraversa il confine.







Scritto da: Elena Botta

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